Quando la nave affonda, che fare?
Come tutti, in questi giorni ho seguito attentamente le notizie che rimbalzano intorno alla tragica vicenda dell’affondamento della Concordia. Oggi, come sicuramente la maggior parte chi segue questo blog, ho avuto modo di ascoltare la telefonata fra il capitano Francesco Schettino, e Gregorio Maria De Falco, che da terra lo redarguiva duramente, cercando di ricondurlo ai suoi doveri. Uno scontro fra una persona del tutto priva di leadership e un’altra che l’aveva assunta e la stava esercitando con decisione.
Non voglio unirmi allo sdegno di quanti stanno condannando Schettino, è troppo facile e poi non è il mio lavoro giudicare un uomo che sta già subendo e subirà le conseguenze delle sue azioni, né mi sento in diritto di puntare il dito, anche se la tentazione è tanta. Però, in qualità di collaboratore di una società che insegna, fra le altre cose, come trovare la propria leadership, mi sono ritrovato a riflettere su quello che ho sentito nella famigerata telefonata e ho pensato che nella notte del naufragio una maggiore leadership in azione, avrebbe potuto salvare tante vite.
Allora, lo ammetto, mi sono un po’ incupito, pensando alle volte in cui mi sono sentito dire, anche con presunzione, che questa attività di formazione non è poi tanto utile (ovviamente uso degli eufemismi). E ho pensato: ma davvero?!
La “leadership” è un concetto sfuggente, non una caratteristica univoca, ma un insieme di risorse interiori che cooperano. In questi giorni stavo studiando ancora una volta le parole di un uomo che considero una fonte di ispirazione, accomunato in questo dal mio mentore diretto, Roberto Re, che con lui si è formato. Mi riferisco ad Anthony Robbins.
Secondo Robbins il vero leader è un vero “servitore”. Chi guida altre persone non può ignorare questa equazione, non può evitare di focalizzare la sua mente sul senso più alto della leadership, che è quello di servire parallelamente i propri obiettivi, il bene degli altri intorno a sé e un bene più alto, qualcosa che va oltre se stessi e gli altri. Può essere un ideale, un’idea di futuro, una motivazione spirituale. Questa ultima motivazione è legata al desiderio di contribuire, di dare, di elargire. Di essere “al servizio”.
Oggi più che mai, per affrontare i tempi impegnativi che tutti noi stiamo vivendo, sono convinto che comprendere cosa sia la leadership e svilupparla dentro di sé sia sempre più importante a livello individuale e collettivo. Essere capaci di affrontare le sfide, vincerle, mantenere l’equilibrio, avere la forza di fare la cosa giusta e non quella conveniente, come ad esempio tornare sul ponte della nave che affonda, farà una sostanziale differenza nell’Italia che vogliamo tenere a galla e riportare a navigare il prima possibile.
Imparare ad essere più leader di noi stessi e quindi pronti a diventare leader di altri, per aiutarli più che per comandarli, sarà una delle grandi sfide di questa fase storica. Ecco perché quando osservo il Paese intorno a me e vedo quanti, davanti alla nave che affonda, sono sgomenti e confusi, non sanno che fare, accampano scuse, dicono che c’è buio e quindi non sanno da che parte andare, sento più forte la motivazione a svolgere la mia attività nella formazione, a dare un contributo alla vita di chi un giorno potrebbe trovarsi a doverla usare la sua leadership, e allora meglio che ci sia e sia forte. La leadership non è un optional! La leadership migliora le vite degli esseri umani. E più spesso di quanto si immagini, quelle vite, se c’è davvero, le può addirittura salvare.
Impararla e svilupparla, certi giorni, diavolo, mi sembra proprio un dovere che nessuno può concedersi il lusso di negare ancora.

IN MARE CI VOGLIONO I MARINAI CHE POI SIANO ANCHE DEI TECNICI TANTO MEGLIO,MA LA COSA PIU’ IMPORTANTE E’ CHE SIANO DEI MARINAI.
mi sento solo di dire che bisogna trovarsi in queste situazioni, si è anche vero ke fanno molte esercitazioni, non mi ricordo dove l’ho letto , c’era un pensiero ke diceva la realtà fa più paura della morte.
il comandante ha vissuto la realtà.