25 giu
2012

Un’idea semplice per riprenderci l’economia reale

Chi in Italia apre un piccolo esercizio commerciale o è un pazzo o un santo. In entrambi i casi, un possibile martire. Il suo socio indesiderato, lo Stato, gli chiede sempre di più e gli restituisce sempre di meno. Il piccolo negoziante non ha un lavoro, ha una missione impossibile.  Noi che viviamo nel quartiere, e che ogni giorno passiamo davanti alla sua vetrina, abbiamo in pugno la sopravvivenza sua e della sua famiglia. Siamo molto vicini, ma ci sentiamo assai diversi da lui. Eppure il negoziante è uno come noi, solo un po’ più coraggioso. O incosciente. Qualche volta ci sta anche sul culo, perché si è messo in testa di essere un libero imprenditore e magari aspira a guadagnare anche bene.

Un giorno si è detto: ma perché io devo lavorare per una grande azienda, fare qualcosa che non rappresenta le mie aspirazioni, tutti i giorni e tutto il giorno, senza avere in cambio oltretutto alcuna garanzia di continuità, dipendendo dal capriccio di una compagnia senza volto, accettando parodie di contratti? Perché non posso lavorare per me stesso e magari fare ciò che amo?
Pazzi o santi, appunto.

L’economia reale è fatta di questi individui. Nulla sanno di finanza, non hanno mai trafficato in titoli tossici, la crisi l’hanno subita, non creata, ma dalle banche prendono solo calci nei denti. Combattono ogni giorno contro le super offerte della grande distribuzione. Sono Davide contro un esercito di Golia. Ma come è cominciata questa storia?

Negli anni Settanta, i miei genitori mi mandavano a comprare il latte in latteria (strano), il pane in panetteria (insolito), la verdura dal verduriere (inusuale) e la carne dal macellaio (follia). Tutti questi negozi si trovavano nella stessa via, uno accanto all’altro.  I negozianti avevano figli, famiglie, probabilmente case di proprietà. Le mantenevano conducendo i loro affari in un negozio di quartiere di pochi metri quadri. Era la loro vita. Una vita fatta di intraprendenza e piccola distribuzione.

Un giorno, dal pianeta Grande Distribuzione, alle porte di  Torino atterrò il primo Centro Commerciale che io ricordi. Si chiamava Città Mercato. Il nome, a pensarci , era tutto un programma. Eravamo abituati a pensare alla città come ad un insieme di istanze e attività, una mosaico di vita privata e lavoro, affetti e affari, politica e libertà. Ma forse ci eravamo sbagliati. Nel nuovo immenso edificio, la città era una sola cosa, un Mercato.

La novità piacque e prese piede. Luci sfavillanti, aria condizionata, musica soft. Vi si comprava ogni genere di merce, i prezzi erano buoni e l’esperienza dell’acquisto diventava un momento di svago, una passeggiata dentro i nuovi templi del Mercato. Negli anni successivi, atterrarono in città altri Centri Commerciali, e tutti noi vi entrammo volontariamente, consegnando con piacere i nostri soldi a pochi grandi proprietari che li coordinavano da lontani uffici in cui non avremmo mai messo piede, anziché a una vasta rete di piccoli negozianti, che potevamo guardare in faccia tutti i giorni. E questi ultimi iniziarono a chiudere uno via l’altro. Era il progresso. Tutto normale.

Decenni dopo la sola idea di aprire un piccolo esercizio commerciale fa tremare gli impavidi. Guadagnarsi da vivere con la propria intraprendenza è una bestemmia. I grandi Centri Commerciali hanno assorbito insieme ai nostri guadagni, qualsiasi velleità di aprire un negozio di proporzioni familiari. Contro il gigantismo di un commercio fatto di holding e società estere, il commercio al minuto dura un secondo e il piccolo è microscopico.

Ci abbiamo perso tutti. Credendo nel dubbio vantaggio di abitare una Città Mercato ci siamo giocati la possibilità di fare mercato nella nostra città, senza essere  per forza eroi o santi. Un modo di ribaltare la situazione è tornare a fare acquisti dal piccolo negoziante di fiducia, uno che dice no all’idea che tutti i soldi debbano concentrarsi nelle mani di pochi, uno che ci prova nonostante tutto e per farlo getta il cuore oltre il bancone. Uno da cui puoi ancora andare a comprare, e magari chiacchierarci. Uno che è l’antidoto vivente di tutto ciò che nella globalizzazione dei mercati è andato storto.

E se anziché consegnare denaro e futuro a conglomerati finanziari senza volto, ricominciassimo a far circolare i nostri soldi nei nostri quartieri, non fra persone giuridiche, ma individui reali? E se smettessimo di essere cittadini-merce delle città-mercato?

Potrebbero interessarti anche questi articoli:

8 Comments

  • Il tuo è un bel pezzo e una riflessione non nuova ma ben spiegata. Da libero professionista so cosa significhi investire tutto il proprio tempo su… se stessi.
    C’è una variabile che nel tuo ragionamento non contempli quando inviti a ” ricominciare a far circolare i nostri soldi nei nostri quartieri.” Ed è una variabile che incide tantissimo e che spesso discrimina la scelta tra chi compra nei grandi centri e chi no.

    La variabile è il tempo.

    Entrare in un supermercato e trovare tutto ciò che ti occorre, dalle zucchine al diserbante, crea moltissimo valore. Oltretutto pagando generalmente di meno.
    Quando ero bambino ogni mattino andavo da “Lucia” a farmi fare una “rosetta col prosciutto”. Me la incartava e la portavo a scuola. Era bellissimo e straordinariamente umano. Però ero bambino.
    Ora sono adulto e fare la spesa in 40 minuti è un lusso a cui non posso rinunciare, a cui non voglio rinunciare, perché vale di più tenermi del tempo da parte piuttosto che girare 8 negozi per comprare ciò che serve.

    Non è una situazione che riguarda l’economia, a mio parere, ma la società. Il negozio sotto casa funziona se si abbassano i ritmi, se no il grande centro è necessario e, lasciamelo dire, meno male che esiste.

  • Francesco, sarei del tutto d’accordo se non ricordassi che moltissime persone non vanno al supermercato per risparmiare tempo, ma per passarlo! Il sabato pomeriggio, tempo di libertà per molti, è spesso l’occasione per andare al grande centro commerciale a passeggiare, ammirare merci che non si possono permettere, socializzare!
    Inoltre, capisco il tuo ragionamento, ma credo tu sappia che il tempo è qualcosa che si gestisce in base alle priorità. E’ mia opinione che sia necessario rendersi conto che il beneficio di un acquisto più diffuso sul territorio, se non a breve termine, è di sicuro un investimento che porta benefici sociali a lungo termine e pervasivi. Una società in cui la piccola imprenditoria è ancora praticabile conviene a tutti, oggi e in futuro, dunque è in quest’ottica che vedrei bene un ritorno alla piccola rivendita locale. Se la prossima generazione avrà solo l’opportunità di lavorare per grandi conglomerati commerciali, lo dovrà (e di fatto lo deve) alle scelte di consumo dei genitori, che hanno anteposto il beneficio immediato a quello a venire. Ci sono azioni, come leggere libri, che alcuni fanno perché ne riconosco il valore intrinseco e altri non fanno perché “non hanno tempo”. La verità è che non hanno interesse a farlo, altrimenti il tempo lo troverebbero, sottraendolo ad attività di minore urgenza e/o importanza. Il mio non vuole essere un apologo del passato, ma una sfida per il futuro. E’ un fatto sociale, come dici tu, ma anche culturale e, alla lunga, anche economico imparare a fare dei nostri acquisti un fattore di cambiamento.

  • Apprezzo molto questo articolo e mi piace anche la risposta che dai a Francesco… in più invito entrambi a conoscere bquicly, cosa che potete fare contattando Claudio D’amore che risiede a Campagnano, e che sta anche su fb, che ha avuto l’idea del secolo che è questa: chiedere a noi privati cittadini di RIpuntare sul commercio al dettaglio, ristorazione, abbigliamento, ma anche servizi medici, dentista , assicurazioni, agenzie immobiliare ecc ecc ( tanti sono gli esercizi che si gioveranno di questo servizio). Allora funziona così: noi privati investiamo su un portale commerciale che TUTELA i piccoli esercizi e li PUBBLICIZZA. Come? Semplice, ciascuno di questi può avere una sua pagina sul portale, avviare un e-commerce senza anticipare una lira/euro… pagheranno la pubblicità con il sistema del BARATTO, ovvero le persone compreranno il bene che consumeranno nell’arco di tempo che decidono e NON dovranno presentarsi con buoni ( cosa molto degradante se ci pensate che divide i clienti in “ricchi” e “sfigati col buono” solo al momento di pagare lo presenteranno… ma nessuno meglio di Claudio può spiegarvi questa idea geniale che premia tutti:
    1) il piccolo investitore come me;
    2) il commerciante che non ha soldi, nè tempo nè voglia di mettersi su un sito e aggiornarlo, e pagherà in merce/servizi al consumatore finale;
    3) il consumatore finale che compra col 75% di sconto, quando gli pare e cosa gli pare!!!
    meglio di così!!!
    Già diverse centinaia di esercenti e liberi professionisti ci hanno dato la loro fiducia… ma il portale nascerà quando saranno qualche migliaia perchè L’UNIONE FA LA FORZA!
    E allora forza ragazzi diffondiamo questa idea ;) ))
    Susanna

  • Nella ricerca di un nuovo modello di sviluppo e di un rinnovato equilibrio fra economia, società e territorio, occorre passare da un’economia di mercato ad un’economia “da” mercato, che riparte cioè dal mercato locale, dalle sue specificità e dalle sue eccellenze. Un modello di sviluppo e un equilibrio che non mira al mantenimento ad ogni costo di un livello di benessere economico divenuto francamente insostenibile, bensì alla coesione sociale e allo sviluppo armonico della comunità e delle relazioni. La felicità dell’individuo non si misura nel tempo che risparmia facendo la spesa al supermercato.

  • Queste sono le estreme conseguenze della mercificazione esasperata di cose e, soprattutto, di persone…tant’è che ormai le “astronavi” commerciali che tu descrivi sono aperte 7 giorni su 7 e quasi 24 ore su 24. Anche la settimana (intesa come 6 giorni feriali dal lunedì al sabato, con la domenica dedicata al riposo) sta perdendo ragione d’essere; posso andare allegramente a farmi un giro di spesa anche a pasquetta, a S. Stefano e nelle feste comandate (?). Ma mi domando: dato il punto di non ritorno a cui siamo arrivati, e volendo anche tornare a sostenere il piccolo negoziante con il mio consumo “consapevole”, dove posso trovarlo, visto che il negozio di prossimità è pressochè estinto?

  • ci vogliamo ricordare anche dei famosi studi di settore? il famoso ”stato”-molto simile in questo caso a certe organizzazioni malavitose- dice al piccolo negoziante o artigiano- ” che ci sia criso o no, poco importa, mi devi dare x di tasse”- se non paghi arriva equitalia che di equo non ha niente. a proposito, quanto si tiene equitalia in percentuale sull’estorto? , Il piccolo negoziante o artigiano e’ sulla via di estinzione,posso dare un mini suggerimento? artigiani, piccoli commercianti, aprite un sito mail, certo, forse per il latte non va bene-forse- ma se io abitassi in una grossa citta’ potrei acquistare, pagare, via web e ricevere magari a casa tutto quanto ciao piera

  • Quale dei tre è più forte: le comodità, la nostalgia o la determinazione?
    Nel primo caso… avanti il prossimo (sigh).
    Negli ultimi due casi, invece… preparatevi a combattere: la posta sarà presto molto alta! ;-)

    Ciao,
    Andrea

  • un modo per stimolare la spese nelle piccole attività di quartiere c’è ed ha pure doppia valenza. Stimola l’etica sostenibile restituendo in valore reale l’utilità del gesto ecologico. Mi spiego meglio…si tratta di dare ai piccoli esercizi strumenti di marketing simili a quelli adottati dalla GDO facendo leva però in parte sullo “premio-sconto” in parte sulla partecipazione civica. Gli strumenti sono dei “semplici” compattatori/differenziatori di rifiuti riciclabili (PET-Alluminioche ad ogni conferimento (singolo o plurimo) premiano l’utente attraverso sconti/raccolta punti/bonus/ecc. ovviamente da sfruttare nelle attività che adottano l’iniziativa. Esse possono essere riunite in progetti condivisi e quindi dare vita a progetti di “commercio di vicinato” con l’intento di riavviare i flussi economici. Le macchine compattatrici servono altresì a ridurre i costi di gestione per la parte di rifiuti raccolti in quanto capaci di assumere l’80% di prodotto in + rispetto alla stessa volumetria non compattata. Oltremodo “producono” una qualità di rifiuto ricilabile direttamente conferibile alle industrie della riciclo con la possibilità di trarre, forse, ulteriori benefit. Di sicuro apportano un risparmio relativo ai trasporti, ai trattamenti ecc. che altrimenti la stessa tipologia di rifiuto richiederebbe e che in quota parte graverebbe sulla comunità. Quindi rifiuti come strumenti di marketing + sostegno reale all’ambiente.

Lascia il tuo commento