1 Maggio e crisi: ricorda che tu non sei il tuo lavoro

 Primo maggioDue anni fa, il primo maggio, Festa del Lavoro, vivevo il mio primo giorno da disoccupato. Mi sentivo stordito, avevo i postumi di una specie di sbornia. Dopo anni di dedizione, impegno ininterrotto, rospi ingoiati in quantità eccessiva e straordinari non pagati con nonchalance, mi ritrovavo a casa a 38 anni senza alcun piano per il futuro. Il mio alloggio da single era più silenzioso dello spazio di Alien. Nessuno poteva sentirmi urlare. Che cosa avrei fatto?

So che molti in questo periodo vivono la stessa situazione. Leggo sui giornali che i disoccupati si tolgono la vita e una morsa gelida mi stringe lo stomaco. Notizie come questa stanno diventando troppo frequenti:

( Adnkronos/Ign) “La crisi economica allunga la propria lista di vittime, colpendo operai, impiegati, pensionati e senza lavoro, ma anche imprenditori e raggiungendo un tasso vicino a quello della Grande Depressione. A lanciare l’ennesimo allarme disoccupazione per l’Italia è l’organizzazione internazionale Ilo: “Si è raggiunto il 9,7% nel quarto trimestre del 2011, ma il tasso reale è più alto”. Ieri un portinaio si è tolto la vita, dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento.”

Due anni fa perdevo il lavoro, oggi guadagno meglio di prima, lavoro con persone che stimo, sono un uomo più soddisfatto di sé e della propria vita. Oggi sto bene. Sarà sempre così? Non è detto, ma a distanza di tempo posso affermare con certezza che perdere il lavoro è stata una grande opportunità. È stata dura? Sì. Ho avuto paura? Molta. Ho mai pensato di suicidarmi? No, mai. Ho pensato di mollare tutto, di lasciare l’Italia, di stravolgere la mia vita, ma mai, nemmeno per un secondo ho preso in considerazione di farla finita. E non accetto che la perdita del lavoro inizi a essere considerata dall’opinione pubblica un motivo accettabile per uccidersi.

Non lo è. Toglietevelo dalla testa, e lasciate perdere cosa dicono i giornalisti, professionisti della superficialità. Chi si suicida non lo fa a causa del lavoro che viene a mancare, ma per via del significato che attribuisce al proprio impiego e alla sua perdita. Lo fa perché nel profondo ha probabilmente associato il senso stesso della propria vita al lavoro che non ha più. E quando fai questo, amico mio, prendi una brutta cantonata. Brutta davvero.

Sono il figlio di un uomo che si è suicidato (non per motivi di lavoro, ma perché non vedeva vie d’uscita, come ogni suicida) all’età di 48 anni. Io ne avevo 24 quando trovai il suo corpo privo di vita in una gelida mattina di fine dicembre. I dettagli sono ancora impressi nella mia memoria, per fortuna il dolore è passato, così come il rancore. Ho perdonato mio padre e me stesso per la rabbia che provavo nei suoi confronti. Non prendo alla leggera il dolore di chi si suicida né quello dei loro cari, non scrivo questo post con presunzione, ma sono convinto di ciò che affermo. E dico che non è colpa della società ingiusta se ci si uccide, è a causa dell’eccessivo valore che si attribuisce al lavoro, è perché si è cercato il senso della propria esistenza laddove in realtà ce n’era solo una parte, e per giunta minima. Sento uomini affermare con orgoglio ferito: “Io sono un lavoratore! Se mi togli il lavoro, mi togli tutto.”
Be’, non dovrebbe essere così.

Tu non sei un lavoratore, sei molto di più. Forse finora il lavoro ti ha impedito di comprenderlo. Forse il tuo lavoro non era la soluzione, ma parte del problema. Il filosofo Henry Lefebvre ha definito quella in cui viviamo “società burocratica del consumo imposto.” Una definizione che dà i brividi. Non descrive alla perfezione alcuni aspetti del mondo in cui viviamo? Secondo lui: “Nella società burocratica del consumo imposto non è più attraverso, nel e con il lavoro che si costruisce il senso della vita, la vita diventa priva di senso.”

Parole forti. Eppure quanti oggi identificano nel lavoro, purché sia, la realizzazione della vita rischiano di scoprire, come me due anni fa, che tu non sei quello che fai per vivere, ma ciò che resta quando non sai più cosa fare.

Abbiamo (hanno?) costruito un mondo in cui il rapporto fra uomini e lavoro è né più né meno quello che intercorre fra una macchina e la sua funzione operativa. Quando un robot non funziona più bene o consuma troppo, lo gettiamo per sostituirlo con un altro capace di minori consumi e maggiori performance. Il robot a controllo numerico viene gettato da parte, viene suicidato. Ma un essere umano non è un robot e non esaurisce la sua funzione nel lavoro. Il rischio è che lo abbia scordato egli stesso.

Dobbiamo ricordarlo tutti: chi perde il lavoro, chi ce l’ha ancora, chi lo cerca, chi non lo trova, chi ci ha rinunciato, chi ha deciso di vivere altrimenti, chi cerca se stesso prima ancora che un nuovo impiego. Due anni fa compresi che non mi sarebbe servito a nulla un nuovo impiego, se prima non avessi ritrovato le mie migliori energie e l’incanto della mia vita.

A tutti coloro che oggi cercano lavoro auguro di trovarlo, e presto, ma prima ancora vi auguro di riappropriarvi del senso del vostro tempo liberato dalle logiche mercantili, che di certo non ne dovrebbero mai e poi mai esaurire il significato. Sono convinto che il futuro del lavoro sia “lavorare meno e lavorare tutti”. Nel frattempo impariamo a vivere meglio al di fuori del lavoro ritrovando il valore del tempo qualitativo, liberato dal pensiero del prodotto, del guadagno, della spesa. Un tempo dedicato al rapporto con se stessi e con gli altri. A ognuno cercare la propria formula. Ma occorre cercarla, accidenti. Sono un professionista, credo che il lavoro conti e che il consumo intelligente sia da promuovere, ma tu non sei il tuo lavoro. Mettitelo in testa e nel cuore.

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